Sei la fine del mondo.
Non c’è fine al dolore.
È un calvario senza fine.
Alla fine ho compreso.
La fine dei giochi.
Una fine ingloriosa.
Al fine di amarti.
Verrò a trovarti questo fine settimana.
Non v’è fine alla parola fine.
S’insinua in ogni pertugio della nostra esistenza,
colorandola di nero o di bianco,
a seconda di chi la pronuncia
e di come la usa.
Si prende coscienza della finitudine della fine
quando è già finita.
Si è, infine, in balia della paura della fine.
Ci ritagliamo del tempo per impedirle di venirci a trovare.
Ci dimeniamo con ogni fibra del nostro essere
pur di non farla finita.
Nulla perdura nel tempo,
eppure tutto continua in maniera infinita.
Il tempo stesso, all’apparenza infinito,
può diventare finito
quando lo si intrappola dentro una vita.
Non v’è modo di alterare questo fatto.
Lo si può accettare
o soccombere tentando di dimostrare il contrario:
un moderno Don Chisciotte
armato di vana non-rassegnazione.
Si può solo essere grati,
abbracciando il veloce fluire delle cose
e gridando al vento:
“Non è ancora la fine.”
Si può solo essere grati.
Grazie.
Fine.